L’albero di plastica del liceo ‘De Sanctis’ di Paternò: nella scuola una favola che unisce tutti

A Natale anche le storie più semplici diventano favole. A Natale – anche se qualcuno non ci crede – proviamo tutti a essere più buoni. A Natale un sorriso è il regalo più grande. Le luci, la carta colorata, la musica per strada, l’odore di biscotti, la tovaglia rossa sulla tavola e i regali. Non importa se i regali sono grandi o piccoli, ricchi o poveri. Non importa se i regali sono antichi o alla moda, l’importante è pensare a qualcuno, regalare qualunque cosa, anche la nostra compagnia. Perché ovunque andiamo, dalla Siria a Londra, dalla Polinesia al paesello dei nonni, l’importante è sentire quella magia che si chiama Natale. Non è necessario essere credenti, il vero messaggio è che a Natale, tutti noi rinasciamo e ricominciando, vogliamo essere meglio di quello che siamo diventati.

Ma noi uomini, per dare forza alle idee, ci circondiamo di segni, che fanno parte della nostra cultura. Uno di questi segni è l’albero di Natale, assieme al Presepe, che rappresenta una preghiera perpetua, un’invenzione di San Francesco che ha portato la narrazione teologica delle chiese dentro le case di tutti noi. Lasciamo perdere la polemica sull’opportunità di celebrare nelle scuole il Natale, perché comunque è una tradizione che caratterizza la nostra cultura, un nostro modo di rappresentare un evento, un’idea, una rinascenza.
Allestire – per Natale – con alberi e presepi le scuole, non esclude la presenza di manifestazioni di altre culture, di altre religioni se presenti. La tolleranza non è appiattimento, è convergenza delle diversità, compresenza delle idee e delle sue rappresentazioni.

Per questo, in una scuola di una piccola città siciliana – il liceo ‘De Sanctis’ di Paternò – è nato un albero di natale speciale. Un albero che racconta un tema attuale e impellente: come l’uomo può mitigare i cambiamenti climatici, come possiamo dare un contributo a partire da un semplice gesto; riusare la plastica, farla diventare altro. L’albero che ha realizzato il prof. Enzo Virgillito – nell’atrio della scuola – con i ragazzi e la pazienza di tutti è un gesto rivoluzionario. Non è la questione estetica ed artistica che si vuole evidenziare in questo momento – anche se l’opera merita quest’attenzione – ma il gesto creativo, sul piano civico, pedagogico e didattico. Un albero costruito con dovizia tecnica, attenzione ai dettagli, pazienza certosina e raffinatezza formale. Un albero fatto con bottiglie di plastica – usate dai ragazzi e dai professori, nella scuola – e assemblate per dare forma al tradizionale albero di Natale.

Una base di legno, una rete di metallo, un bastone per dare verticalità all’oggetto e poi le bottiglie di tutti i colori. Sembrava una cosa semplice ma ci sono volute molte settimane, molto lavoro. Sembrava tutto facile ma non è stato cosi. Non conta tanto la fatica a creare la struttura ma il collocare le bottiglie e soprattutto educare tutto il personale della scuola a reperire la materia “seconda”. Il problema è stato proprio questo, una corsa contro il tempo per finire prima delle vacanze, sensibilizzando i ragazzi a portare le bottiglie invece che buttarle. Reperire bottiglie e a questo punto tutti, proprio tutti, si sono attivati per portarle anche da casa. Il docente, insieme con alcuni alunni – tra quelli straordinariamente e diversamente abili (si fa per dire, visto che “ognuno è perfetto”) – ha realizzato l’albero di Natale di plastica del Liceo e alla fine è stata una festa.

Cosa ci rimane di questa favola? Che per realizzare le cose più semplice ci vuole fatica. Che da soli non possiamo fare nulla di speciale. Che la voglia di fare è contagiosa, quando vediamo crescere qualcosa tutti insieme. Che per realizzare un progetto serve un progetto da tutti condiviso, dal primo all’ultimo della filiera (scolastica in questo caso). Che per mitigare i cambiamenti climatici dobbiamo cambiare le nostre abitudini e pensare al riuso come procedura ordinaria. Che consumiamo troppa plastica. Che l’arte salverà il mondo. Che fare qualcosa insieme è divertente. Che abili e diversamente abili possono realizzare un progetto comune. Che l’attività laboratoriale è utile ad acquisire diverse competenze, anche quella di cittadinanza. Che non importa se l’albero (di plastica) è un simbolo cristiano, importa aver lavorato insieme per l’ambiente.

Una favola natalizia, una festa del Sol Invictus, una Rinascenza. Lavorare insieme rafforza i legami, inorgoglisce la comunità che si identifica nei segni, nelle cattedrali, nei templi, nei significati. Non importa se l’albero di natale (di plastica riciclata) non è alto; non è al centro di una grande piazza; non è stato realizzato dall’artista Christo sul lago D’Iseo (The Floating Piers crea un percorso sul pelo dell’acqua collegando Montisola a Sulzano, per congiungersi poi con la piccola isola San Paolo); non importa.

Quello che importa è cogliere la luce che straripa dalla piramide di bottiglie vuote, retro illuminate, al centro dell’atrio di una scuola di una piccola città siciliana che lancia il suo messaggio natalizio a tutti noi. Lavoriamo insieme per migliorare il nostro pianeta, a partire dalle piccole cose. Ancora una volta la scuola è un incubatore di felicità e bellezza, è un cantiere aperto verso il futuro, è un’utopia possibile. Basta crederci. La Rinascenza passa attraverso queste azioni collettive, guidate da un progetto solidale, sostenibile e smart. Adesso aspettiamo la prossima istallazione. Forse è proprio questo il messaggio di Natale che va oltre le appartenenze religiose e politiche.

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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