Mercati: il cuore della rinascita post-pandemia. Nuove strategie per rigenerare le città

Ormai da qualche mese non parliamo d’altro: cosa faremo dopo l’emergenza pandemica? Ovunque si discute sul come, sul quando e sul chi.

In molti – a vario titolo – discutono, progettano, elaborano possibili soluzioni per affrontare al meglio le diverse criticità emerse in molti settori produttivi. Il turismo e la ricettività al primo posto ma i mercati all’aperto sono tra le filiere più colpite.

Ogni città ha un mercato con cui si identifica.

Una rete commerciale capillare che genera socialità e ravviva quartieri, strade, piazze con un suo indotto importante. Andare alla “fiera”, recarsi al mercato, è come un rito collettivo per massaie, casalinghe, studenti in vacanza. Il ricordo di una modalità dello scambio antichissima, più antica dei mercati Traianei romani (i progenitori dei moderni centri commerciali). Nell’immaginario collettivo i mercati all’aperto ci riportano ai bazar arabi e medievali, alle piazze rinascimentali, alla vivacità urbana di fine ‘800.

I mercati sono il luogo dove i politici si recano in campagna elettorale per “farsi vedere”. Sono i luoghi della popolarità, della livella sociale, della contrattazione. Aristocratiche, popolane, sofisticate o professioniste, molte donne stanno a “rovistare” tra le mercanzie delle bancarelle. Dentro questo mondo di sguardi, di complicità, di riti; si consumano amori, tradimenti, affari, intrighi. La donna – è inutile negarlo – vive con intensità questo spazio, fuori dalle mura domestiche. Chi non ha mai sentito dire: “vado al mercato”?

Ogni città, in giorni diversi, accoglie dentro le sue mura il mercato.
I commercianti, con un mezzo adattato, diventano nomadi tra le città e quasi personaggi di questo teatro urbano, con le loro offerte di stoffe, di pentole, di biancheria e di scarpe. Oppure olive, formaggi, vini. Un mercato diversificato che offre di tutto. Lungo una passeggiata, protetta da tende e capanne effimere, fatte di tubi e stoffe. Un caleidoscopio di colori e odori che invadono la memoria. Ma i mercati sono anche il regno dei bambini, che accompagnano le mamme e le zie, le sorelle e le nonne. “Venga, prenda questa stoffa”, quest’abito, questa pentola”, venga che è un affare”.

Da qualche mese tutto è sommerso e quasi diventa un lontano ricordo. Cosa fare? Il mercato fonda le sue radici sui rapporti umani, sulla vicinanza, sulla possibilità di toccare e toccarsi, stringersi la mano e sfiorarsi mentre il fiume di gente scorre in tutte le direzioni. Distanza sociale, compartimentazione sono i nuovi protocolli e adesso come si fa?

È venuto il momento di programmare, di progettare e di definire nuove strategie.

Bisogna farlo con gli operatori del settore, assieme a loro. Usando questa criticità come una nuova opportunità. Per esempio con una fiscalità agevolata che incentiva ed elimina il “sommerso”, semplificando le procedure autorizzative. Prevedere un fondo per il rinnovo dell’attrezzatura espositiva (smontabile) con un progetto di design innovativo che diventi il pretesto per creare arredo urbano e qualità dello spazio. (coinvolgendo designer e artigiani locali). Delocalizzare i mercati, collocandoli nelle aree più strategiche, per avviare la rigenerazione della città nelle sue parti più periferiche. Non un solo mercato ma più mercati (più piccoli, per evitare la concentrazione di clienti) che si connettono tra loro attraverso una rete di vie dove si possa avviare la cultura dei centri commerciali naturali. Forse serve anche predisporre strutture come il mercato di San Miguel di Madrid, disseminate per la città con strutture effimere, esili per garantire il mercato nei giorni di pioggia e per proteggersi dal sole. Bisogna guardare anche in questa direzione.

Mercati che diventano il motore propulsore per rigenerare la città.

Lo strumento sostenibile e a basso costo per avviare nuove socialità e innovazione. Mercati in rete e smart che possano coniugare l’esigenza degli anziani – e di quanti hanno difficoltà a spostarsi autonomamente – con le innovazioni digitali disponibili. Un progetto di filiera che parte dalla consapevolezza che gli operatori di questo settore sono una risorsa per la collettività. Una strategia commerciale, urbanistica e culturale. La città, fin dall’antichità, esiste dove esiste un mercato, senza di esso la città è altra cosa, solo un ammasso di case prive di vita. Ripartire da queste attività commerciali significa comprendere la natura più profonda delle nostre comunità.

Ricordarsi dei mercati solo in campagna elettorale equivale a offendere la dignità di tanti lavoratori che oggi sono in silenzio a casa, in attesa di un miracolo. Loro che rendevano vivo un quartiere e si ponevano come modello economico umanizzato e sostenibile, con il microcredito familiare che esercitavano in molti casi. Riaprire i mercati è necessario, farlo con un nuovo spirito. Un dovere deve essere pianificare nuove strategie, un segno di civiltà politica e culturale.

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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