Camilleri e il murales di Porto Empedocle: l’arte urbana rigenera le città

Camilleri e il murales di Porto Empedocle: l’arte urbana rigenera le città

Nella città di Andrea Camilleri, quella Porto Empedocle che guarda il mare, ad un anno dalla sua scomparsa con l’uscita postuma del suo ultimo lavoro ‘Riccardino’, sulla facciata del Palazzo Municipale che guarda la piazza, appare l’icona del grande maestro.

Un’opera di street art di Ligama, artista di Caltagirone, voluta dalla sede dell’Archeoclub d’Italia di Agrigento con l’associazione Mariterra.

Come spesso accade in questi casi, i comuni sono partner senza risorse (sull’orlo del dissesto finanziario) e a dare concretezza alle idee, sono gli sponsor privati, i commercianti della via Roma (con pranzi e cene) e quella preziosa risorsa che è il volontariato culturale. Angela Roberto (presidente della sede locale dell’Archeoclub d’Italia) assieme a tanti volontari ha voluto, desiderato e realizzato, un piccolo sogno: celebrare Andrea Camilleri nella sua città natale e dimostrare come l’arte urbana può essere l’occasione per rigenerare la città.

Non è un semplice muro pittato; è la volontà collettiva di condividere un processo di potenziamento dell’identità urbana. L’immagine di un personaggio riconosciuto e adorato dal grande pubblico internazionale che ha contribuito a valorizzare la Sicilia nel mondo.

Oltre i valori indiscussi (Camilleri è diventato un brand assieme al suo Montalbano) sul piano della letteratura, della produzione editoriale e cinematografica, quello che ci interessa evidenziare oggi è l’importanza dell’arte urbana per rigenerare le città; il valore dell’iniziativa – curata dai volontari – come incubatore di bellezza e partecipazione; la necessità di esportare queste “buone pratiche” attraverso un quadro normativo in altre realtà e la consapevolezza che grazie alle arti e alla storia (eventi, personaggi) si possa condurre un piano di marketing territoriale, funzionale allo sviluppo economico delle aree periferiche.

Sono molti gli esempi già avviati come Farm Cultural Park di Andrea Bartoli e Florinda Saieva a Favara (vicino Porto Empedocle), di qualche anno fa la città degli artisti di Castelmola (Me) curata da Eleonora Cacopardo.

Esperienze che hanno cambiato le città, il loro modo di rappresentarsi e messo le basi per un rilancio dell’economia. Esperienze faticose, spesso ostacolate da cavilli burocratici e incomprensioni sul piano politico ma cariche di entusiasmo e attrattori di bellezza, di sviluppo; tutte utili per consolidare l’identità collettiva, necessaria per abitare i luoghi.

Le città hanno bisogno di arte, hanno bisogno di essere conservate ma nello stesso tempo trasformate, attraverso l’innesto di opere, di segni, di rimandi al trascendente.

Come l’immagine ingigantita di un Camilleri che curioso osserva la gente che lo guarda, come per creare una relazione educativa tra la collettività (nomade e disorientata) e il significante che scaturisce dal personaggio Camilleri.

Le città hanno bisogno di nuove polarità culturali e hanno bisogno di rinnovare alcune relazioni perse, tra i luoghi e i loro abitanti.

L’ipervelocità di attraversamento dello spazio urbano ci ha resi apatici e indifferenti ai segni, ai simboli, come portatori di significati collettivi che vengono semplificati e svuotati persino manipolati.

Questo può degenerare nell’iconoclastia urbana, come quella verificatasi dopo la morte di George Floyd negli Usa e in altre parti del mondo, come segno di protesta. L’arte deve essere sempre più a servizio dell’identità collettiva e diventare arte urbana.

Il volontariato culturale assume in questo caso un valore determinante per rigenerare la città, si sostituisce al “principe” rinascimentale e si propone come un mecenate al servizio della collettività. In questo senso sarebbe necessario costruire un nuovo quadro normativo che faciliti il compito di incubatore culturale.

Un quadro che individui procedure, ambiti, modalità, incentivi ecc. applicabili ed esportabili in tutte le realtà, evitando gli “impedimenti” discrezionali di quello o di quell’altro (il burosauro).

Ogni città ha i suoi grandi personaggi, le sue grandi storie, i luoghi della memoria e della modernità.

Luoghi che ricordano tristezza e felicità, orgoglio e prudenza. Portatori di messaggi educativi e moniti per la collettività. Leggende e mitologie, risorse e tesori, tutti contribuiscono all’identità collettiva che diventa strategica per rigenerare il tessuto sociale e rilanciare una nuova stagione di benessere, a partire dai localismi inseriti nelle società globale. Glocal è il futuro, ma per attivarlo pienamente bisogna riappropriarci della nostra identità collettiva.

Bisogna a questo punto continuare a svelare, combattere il nascondimento e narrare la storia, cercandola se necessario dentro i labirinti della memoria.

Bisogna rappresentare, con l’arte,il nostro vissuto e renderlo materico con l’architettura, la scultura, la pittura, il cinema, il teatro e tutte le possibili arti al servizio della città. Arte di qualità, di spessore, evitando i dilettantismi a buon mercato, quelli più facili da manipolare e plasmare da parte dei “tiranni”, serve una coscienza collettiva che esiga l’arte urbana.

Quindi serve essere collettività e individualità consapevolmente. Ma oggi è il 19 luglio e serve ricordare anche Lui, il giudice Borsellino, un altro eroe di questa terra, la Sicilia. Forse l’occasione per pensare un altro murales, che ci guarda come quello di Andrea Camilleri per dirci qualcosa di utile.

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Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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