Cinema, nei ‘Tre piani’ di Moretti il castello fragile delle nostre esistenze

Cinema, nei ‘Tre piani’ di Moretti il castello fragile delle nostre esistenze

TRE PIANI

Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Margherita Buy, Nanni Moretti, Alessandro Sperduti, Riccardo Scamarcio, Elena Lietti, Chiara Abalsamo, Giulia Coppari, Gea Dall’orto, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Alice Adamu, Letizia Arnò, Denise Tantucci, Anna Bonaiuto, Paolo Graziosi, Stefano Dionisi, Tommaso Ragno
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Federica Pontremoli, Valia Santella
Fotografia: Michele D’Attanasio
Montaggio: Clelio Benevento
Musiche: Franco Piersanti

Quanto dolore! Quanto dolore nelle nostre tiepide case, nelle nostre noiose famiglie, nei nostri appartamenti eleganti.

Quanto dolore nelle esistenze quotidiane e quanto dolore può improvvisamente piombare nelle vite come una macchina che corre a velocità e diventa una scheggia impazzita a distruggere il castello fragile che ci siamo costruiti nel tempo, col nostro rigore, le nostre scelte, le nostre priorità.
Ce lo racconta il bellissimo romanzo dell’autore israeliano Eshkol Nevo, Tre piani, dal quale il regista italiano Nanni Moretti ha tratto il suo ultimo film, omonimo, presentato prima a Cannes e poi all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

I tre piani del titolo sono quelli di una palazzina (a Tel Aviv nel romanzo, a Roma nel film) dove vivono alcune famiglie, ma sono anche i tre livelli della coscienza, dell’agire umano, della percezione dei sentimenti, secondo la nota classificazione freudiana, qui metaforicamente rappresentata dai piani di una palazzina.
La vicenda si apre con l’episodio tragico che sconvolgerà l’esistenza della famiglia del giudice, interpretato dallo stesso Nanni Moretti, e di sua moglie, Margherita Buy, quando una notte il figlio, ubriaco, travolge e uccide una donna con la sua auto.

Parallelamente si svolgono le storie di altre famiglie, di altri padri e madri, di bambini, inconsapevoli vittime del comportamento dei genitori e degli adulti, in generale.

Una serie di conflitti pesanti e irrisolvibili si intrecciano e schiacciano tutti i personaggi. Ce ne sentiamo afflitti anche noi spettatori, di fronte a uno dei più crudi e più duri film di Nanni Moretti.
Uno spaccato di umanità perduta, irrisolta, frammentata e dilaniata è quello che ci rappresenta la pellicola asciutta, densa, che non lascia spazio a pietà per gli uomini, a poesia nella narrazione, a catarsi per lo spettatore.

Gli uomini e le donne in questa storia sono condannati a scontare le conseguenze delle proprie azioni, come in una tragedia greca, le colpe dei padri ricadono sui figli, inesorabili. Sono costretti a fare i conti per tutta la vita con una serie di sensi di colpa cupi e pesanti dai quali cercano di liberarsi scaricandoli a vicenda. Il tema della giustizia, quella dello Stato e quella interiore ad ognuno di noi, il tema del male che facciamo e di quello che dobbiamo subire e tutto il suo dolore, costituisce la riflessione profonda del romanzo prima e del film poi.

Il cast comprende i migliori attori del panorama italiano; sono qui tutti bravissimi, anche i bambini che Moretti porta a recitare con estrema naturalezza e pulizia di gesti e mimica.

L’interpretazione che, evidentemente il regista ha imposto agli attori è rigorosa, asciutta fino all’estremo, i loro volti, i loro sguardi, contengono, trattengono le emozioni. In questa scelta sta ancora di più la loro bravura di grandi mestieranti. Non si amano questi individui fragili che il regista non perdona; non si sviluppa nessuna empatia, pur considerando la loro sofferenza umana che è grande per tutti.

Si resta col cuore pieno di amarezza e un pizzico di condanna per tutti i personaggi quando compaiono i titoli di coda; non basta a edulcorare nemmeno la scena finale con il tango ballato per le strade del quartiere Prati, mentre le vite di chi resta, dopo tento tempo, sembrerebbero ricomporsi in nuovi equilibri.
La narrazione, lunga, comprende più di dieci anni di storia e di cambiamenti, di nascite, di morti, di arrivi e partenze. Per questo lo stile del film sembra riprendere quello delle serie a episodi, una novità nello stile di Nanni Moretti.

Ci ha ricordato La stanza del figlio e Caos calmo questo film, forse tra le produzioni migliori di un Moretti maturo, sensibile, ma mai incline al pietismo per strappare una lacrima.
Una notazione davvero positiva va alla cura per gli arredi, per i dettagli della quotidianità delle case, delle cucine, delle stanze dei bambini; tutto segna la caratteristica delle famiglie, così diverse fra loro, tutto rappresenta la metafora delle loro esistenze: l’austerità del salotto del giudice, gli spazi grandi dello studio dell’architetto, la terrazza fiorita, i colori delle camerette dei bambini, i pianerottoli eleganti con le scale di marmo…. Tutto sapientemente curato per fissare immagini specchio dei caratteri di chi in quei Tre piani ci vive.

Riguardo l'autore Loredana Pitino

Mater, magistra, mulier. Cresciuta dentro il Teatro Bellini che considerava il suo personale parco giochi. Appassionata di teatro e cinema, un tempo aspirante attrice, affamata di tutto quello che è arte e rappresentazione perché la vita è teatro e possiamo capirla solo con la lente della finzione. Docente maieutica. Malinconica come Pessoa, sognatrice come Fellini, cinica come Flaiano. Sempre in cammino, sempre senza meta. Illuminista, prof-letaria.

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