Catania: “Ucciso perché lo Stato non ha fatto il suo dovere”: chiesto risarcimento al Viminale per la morte di Santo Re

Catania: "Ucciso perché lo Stato non ha fatto il suo dovere": chiesto risarcimento al Viminale per la morte di Santo Re

Se fosse stato espulso dall’Italia, il pasticcere trentenne Santo Re non sarebbe stato ucciso. È questa la tesi sostenuta dai legali di parte civile alla prima udienza del processo per l’omicidio avvenuto il 30 maggio 2025 davanti al bar Quaranta, in piazza Mancini Battaglia, sul lungomare di Ognina a Catania.

La richiesta riguarda la citazione a giudizio del Ministero dell’Interno come responsabile civile. L’istanza è stata presentata dall’avvocato Alessandro Coco, che rappresenta la vedova della vittima, e dall’avvocato Salvatore Leotta per i familiari e i colleghi della pasticceria. I giudici della Corte d’assise si sono riservati la decisione, mentre la Procura si è rimessa alla valutazione del collegio.

L’omicidio e le accuse

Imputato per l’omicidio è Akbahue Innocent, 37enne originario dello Zimbabwe, immigrato irregolare in Italia, arrestato dalla Squadra mobile della Questura di Catania. Secondo l’accusa, rappresentata dal procuratore aggiunto Fabio Scavone e dal sostituto Emanuele Vadalà, avrebbe ucciso Santo Re con sei coltellate dopo il rifiuto della vittima di consegnare denaro a un parcheggiatore abusivo.

L’episodio avvenne in pieno giorno sul lungomare di Ognina, dove il giovane pasticcere lavorava, suscitando forte indignazione e commozione in città.

Sette ordini di espulsione non eseguiti

Secondo quanto emerso in aula, dal 2007 l’imputato avrebbe ricevuto complessivamente sette ordini di espulsione dal territorio italiano, tre dei quali emessi a Catania a partire dal 2017. Provvedimenti che, tuttavia, non sarebbero mai stati eseguiti.

Per l’avvocato Coco, «se eliminiamo mentalmente la condotta omissiva, che a nostro avviso lo Stato ha compiuto non attivandosi e rimettendosi alla buona volontà dell’immigrato, la morte di Santo Re non si sarebbe verificata».

La tesi della responsabilità civile dello Stato

Nell’istanza depositata in aula, la difesa dei familiari sostiene che il Ministero dell’Interno avrebbe «consentito e tollerato la permanenza sul territorio nazionale di un soggetto qualificato come indesiderato e pericoloso», senza dotarsi degli strumenti necessari per rendere effettivi i provvedimenti di allontanamento.

Secondo il legale, la permanenza irregolare dell’imputato sarebbe «la conseguenza diretta di una lacuna sistematica imputabile all’amministrazione centrale» e avrebbe costituito la condizione che ha reso possibile l’evento letale, configurando una «causalità omissiva da mantenimento del rischio».

Da qui la richiesta di riconoscere una responsabilità concorrente della pubblica amministrazione, che «con la sua condotta omissiva ha creato o mantenuto una situazione a rischio evitabile con l’ordinaria diligenza organizzativa».

La decisione attesa della Corte

Spetterà ora alla Corte d’assise stabilire se accogliere la richiesta di citazione del Ministero dell’Interno come responsabile civile nel processo. Una decisione che potrebbe avere rilievo non solo per il procedimento in corso, ma anche per il principio di responsabilità della pubblica amministrazione in casi analoghi.

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