“Custodi dell’Anima”: il manipolo di guerrieri che difende l’identità dei piccoli borghi

"Custodi dell'Anima": il manipolo di guerrieri che difende l'identità dei piccoli borghi

Dentro alcune città, quelle lontane dai riflettori, piccole e sperdute, spesso dimenticate, si coltivano germogli di cultura.

Sono spazi, ormai diventati rari, preziosi, indispensabili. Sono fatte di comunità resilienti, restanti, per certi versi rivoluzionarie. Sono custodi silenziosi dell’identità di un luogo, antico e misterioso.
Si raggruppano sotto bandiere semplici, uniti da uno scopo chiaro: mantenere vivo il senso di comunità, la difesa del territorio. Organizzano incontri, eventi, persino battaglie. Non hanno un colore preciso, un’appartenenza politica definita. Sono custodi della memoria e guerrieri impavidi di un campo di battaglia che si chiama indifferenza.
Le rughe sui loro volti, quelle movenze lente e liturgiche rappresentano senza pudore il loro tempo, la loro storia. Appartengono a quella media borghesia, fatta di gente semplice e colta, che ogni città dovrebbe coltivare e proteggere. Un giardino botanico di esperienza, un cenacolo di sapienza, ancora curioso di imparare e riconfigurarsi.
Ogni città dovrebbe avere questo manipolo di uomini e donne, dallo sguardo dolce, dalle mani forti, dalla mente aperta. Lontani dai teatralismi, dalle spettacolarizzazioni. Portatori di azioni decise, risolute, chiare. Difendere la storia della propria terra. Issare una bandiera sul campo di battaglia e scegliere di stare da una parte, e non da nessuna.
È un onore, essere testimone di questa atmosfera. Percepirne la forza, tra antiche pietre dalla storia millenaria. È un onore essere parte di quella battaglia, osservatore coinvolto di un sentiero di attivismo civico. La Politica dovrebbe rifrequentare questi luoghi, attingere a piene mani all’energia che sprigiona ogni voce, ogni parola, ogni gesto.

"Custodi dell'Anima": il manipolo di guerrieri che difende l'identità dei piccoli borghiDentro un gioiello di architettura ottocentesca, un tempio di cultura collettiva, luogo d’incontro di intellettuali, aristocratici e di quella piccola borghesia che caratterizza i piccoli centri urbani della Sicilia, si celebrano momenti di spiritualità cultuale. Come fosse un altare dedicato ad Atena, un manufatto dalle linee neoclassiche, rivestito di stoffe.
Dentro questo cofanetto di velluti, stucchi e luci ambrate, si consumano i riti delle pizie, gli oracoli dei sacerdoti, le visioni dei sognatori. Riappaiono il Kouros di Lentini, il suo porto, anfore e affreschi, processioni e feste di grano e di pane. I tre fratelli santi, la basilica maggiore, la torre, il castello, il santuario e le grotte ancora misteriose.
Tutto appare più chiaro dentro quella transizione tra paganesimo e cristianesimo. Venere e il demonio, Demetra e Maria. Lungo una strada antica e sacra che è la Fabaria, baricentro geografico del paesaggio sacro dell’isola dei Tiranni di Siracusa. Che meraviglia ritrovare il senso dei gesti, il significato dei nomi, le ragioni della forma. Il sapore della storia.
In un pomeriggio di sabato, quando il sole volge verso il tramonto e accarezza le pietre nobili dell’antica piazza di Lentini, un gruppo di uomini e donne si riunisce per scoprire, per capire, per seminare nuovi germogli di memoria. Uniti da un sorriso semplice, senza protocolli e orpelli, per ascoltare, per costruire per consolidare. Con semplicità.
Il tema è la resilienza delle piccole comunità, lo svelamento della storia, la capacità di diventare una rete di scopo culturale. Lentini, Catania, Siracusa e Paternò, un sistema di città che si ricongiunge come un tempo, non per combattere i Cartaginesi o gli Arabi ma per ritrovare un nuovo senso, un nuovo scopo, per accogliere le nuove generazioni, per non farle scappare. Per combattere le fragilità urbane a cui andiamo incontro.
Rigenerare significa anche innestare al vecchio tronco un ramo giovane. Non sradicare o sostituire, semmai innestare. Ma per farlo serve la conoscenza della terra, dei venti, della direzione della pioggia, del passare del tempo. Serve la storia e servono i suoi più nobili protagonisti di questo tempo, servono i custodi della memoria, come a Niscemi, e intutte quelle città dimenticate e scartate dalla velocità infrastrutturale.

Ogni città dovrebbe accogliere quest’atmosfera culturale. Quella che offre Lentini. Assaporare l’incontro casuale tra il vecchio preside e il suo studente, diventato ormai un uomo. Sentire la profondità del tempo che scava solchi profondi nei lastricati di pietra della chiesa madre, vicino alla torre, recintata da un merletto di ferro piegato.
C’è tanta malinconia in questa fotografia che si muove dolcemente tra le dita. Quasi una carezza dell’anima. In fin dei conti era solo una conferenza, sulle costellazioni, sui paesaggi del sacro. Ma sembrava di essere dentro una chiesa al tempo della Quaresima, in attesa della resurrezione. Le città, anche quelle piccole, hanno bisogno di questi gesti semplici di convivenza. Incontrarsi per capire, per scambiare conoscenze, per trovare nuovi sentieri.

Riguardo l'autore Francesco Finocchiaro

Architetto vitruviano. Credente convinto e appassionato delle religioni. Vive il suo lavoro come una grande passione . Esplora gli innumerevoli paesaggi dell’arte: dalla poesia al giornalismo, dall’architettura alla grafica, dalla comunicazione alle strategie urbane. Docente di storia dell’arte e filosofo dell’abitare. Convinto sostenitore del futurismo e che l’innovazione ha le sue radici nella memoria. Vorace lettore di Papa Francesco, di Pablo Neruda, Lucía Etxebarria e Omero. Vive l’architettura come un Pitagorico, in forma mistica e monastica come il suo architetto preferito, Peter Zumthor.

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