Elia se ne è andato lunedì, nel silenzio di un gesto che nessuna parola potrà mai davvero spiegare.
Era un ragazzo di Belpasso, giovane studente della scuola di Architettura di Siracusa, educatore dell’Azione Cattolica, fotografo. Aveva imparato a cercare la luce, a inquadrare la bellezza, a mettere a fuoco il mondo.
Il mistero è insondabile. Il dolore è forte. Ma quel poco di divino che era in lui, quei frammenti di eternità che lo rendevano unico, non possono essersi spenti per sempre. Continueranno a vibrare in chi lo ha incontrato, in chi lo ha amato, in chi saprà raccogliere il testimone della sua ricerca di bellezza.
I funerali si svolgeranno oggi alle ore 11.30 nella chiesa Madre di Belpasso.
Dentro ogni storia c’è un lato oscuro.
Anche se invisibile, esiste una zona d’ombra che nasconde le nostre paure più profonde. Dentro ogni uomo c’è una grotta segreta, un anfratto misterioso, un sepolcro chiuso. A queste paure diamo infiniti nomi, le disegniamo con colori tetri, dal tratto grosso e impreciso. Macchie senza forma che si muovono comeonde nel mare.
Immagini terrificanti di mostri marini che circondano la nostra vita, come fossimo un Laocoonte di carne avvinghiatodai serpenti. La nostra mente, i nostri pensieri, costruiscono sequenze mostruose che si nascondono dietro sottili muri di carta ingiallita. Esistiamo come foglie parlanti, che fluttuano nell’aria, inconsapevoli del nostro destino più prossimo, ma siamo, nello stesso tempo, liberi di volare e di scegliere le forme dell’esistenza.
Siamo nati per essere umani e sociali.
Per incontrare altre storie, per costruire templi e palazzi, per raggiungere altri pianeti, sfidando ogni legge del cosmo. Ma siamo fragili, barcollanti, indecisi. Per una strana magia, perché ne conteniamo un frammento, siamo della stessa sostanza di Dio. Questi pochi filamenti di divinità ci permettono di uscire dalla “grotta”, di volare nel cielo, di sentirci parte attiva del cosmo. Viviamo come un pendolo, tra la tragicità dell’ombra e la spensieratezza del soffio di Zefiro a primavera.
La vita e la morte ci attraversano ripetutamente, separando ogni tempo in due: prima e dopo, consegnando le nostre storie alla memoria, al ricordo, alle pietre, alle parole che si poggiano a terra. Ombra e luce: la nostra condizione umana eterna. Mai solo luce, mai solo ombra, ma chiaroscuro. Esistiamo solo quando portiamo entrambe le condizioni. Siamo consapevolmente immersi in una bellezza cosmologica che ci guida verso una felicità saltellante.
L’esperienza è il nostro strumento per capire, per approfondire, attraverso il nostro cammino, grazie agli incontri che diventano monumenti parlanti. Ascoltiamo, raccontiamo, ma soprattutto guardiamo. E per questo costruiamo nuove forme di bellezza: una musica, un quadro, una scultura, un libro; un profumo, un ricordo, un corpo, un sorriso, un gesto. Sono il lessico della bellezza, lo spartito di un’armonia che ci rende umani e quindi fragili.
Non importa quanto duri questo momento: l’essenziale è viverlo e tramandarlo.
L’uomo vive e racconta. L’uomo è il testimone di quella “santità” di cui è composto l’universo, anche se spesso non è subito visibile. Bisogna cercarla, scovarla, dentro ogni anfratto, anche a rischio di trovare le nostre paure. Sono quelle che scuotono la nostra piccola esistenza. Qualche volta utili, altre meno. Non bisogna nasconderle, ma tentare di governarle.
Verso quale porto, verso quale destino? Siamo sempre nelle condizioni di capire? Nessuno vuole separarsi da ciò che più ama. Ma le nostre vite sono un sottile filamento di ricchezza e la nostra mente è capace di conservare tutto per sempre. Siamo le persone che abbiamo incontrato, siamo le vite che raccontiamo, siamo le battaglie che abbiamo affrontato e spesso perso. Siamo un istante consapevole tra due infiniti, passato e futuro. L’unico momento in cui percepiamo l’esistenza di Dio.
Il punto è restare capaci di riconoscere la bellezza anche dentro le nostre paure, anche quando siamo nelle profondità della terra. Il punto è educarsi alle tante forme di bellezza, non solo a quelle più riconosciute, senza doverle inseguire a tutti i costi. Non è mai facile: la bellezza esige impegno, attenzione, riconoscenza e pazienza.
Qualche volta non riusciamo a lasciare la grotta dove stagnano le paure: restiamo impantanati nel buio e ci perdiamo dentro le nostre fragilità ancestrali, anche se brillanti, belli e dall’orizzonte pulito. Allora, poseremo sull’uscio una coppa di vino, in attesa del ritorno. «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore» (Malachia 4,5).
Allora bisogna raccogliere ventuno piume, ventuno sfide, ventuno spade. Per celebrare i sette giorni in ogni terra. Elia tornerà per sedersi sulla pietra di casa, per bere una coppa di vino. I nostri giovani hanno bisogno di testimonianze, di conoscere gli ostacoli, non come impedimenti, ma come occasioni evolutive. Tentare di volare deve essere il nostro scopo ultimo, oltre ogni ostacolo, e fallire è solo parte dell’esperienza: non è mai la fine.
FOTO Bruno van der Kraan su Unsplash

