Porto di Catania e traffico di droga, amministrazione giudiziaria per la Est: indagine su infiltrazioni mafiose
CATANIA – Non sarebbe rimasta estranea al contesto criminale ma si sarebbe inserita, anche attraverso l’inerzia e la tolleranza dei propri assetti gestionali, in un meccanismo stabile di agevolazione alle attività mafiose. È la pesante accusa contenuta nel provvedimento con cui la Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Catania ha disposto l’amministrazione giudiziaria per un anno nei confronti della società Europea servizi terminalistici Srl (Est).
L’azienda, con sede legale a Palermo, opera nel settore della logistica portuale e si occupa di gestione, deposito, trasporto e movimentazione di container negli scali di Catania, Palermo, Augusta, Trapani e Termini Imerese.
Il provvedimento, emesso su richiesta della Procura distrettuale di Catania, è stato eseguito all’alba di oggi dai militari della Guardia di Finanza.
Il presunto ruolo nel traffico internazionale di droga
Secondo i giudici, la società avrebbe costituito un fattore oggettivo di agevolazione per l’attività di gruppi mafiosi coinvolti nel traffico internazionale di stupefacenti.
«Le strutture aziendali e le aree operative – spiega il procuratore di Catania Francesco Curcio – sarebbero state utilizzate per agevolare l’ingresso, l’occultamento e il recupero di carichi di sostanza stupefacente, con la possibilità di localizzare e manipolare i container contaminati con il narcotico per estrarne il carico illecito ed esfiltrarlo dal porto».
Il quadro indiziario raccolto dagli investigatori si basa su intercettazioni e numerosi riscontri investigativi.
L’operazione “Lost & Found”
L’indagine nasce nell’ambito dell’operazione “Lost & Found”, condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Catania, che nel 2025 aveva già portato all’arresto di sei indagati per narcotraffico.
Le investigazioni hanno consentito di fare luce su un sistema che avrebbe permesso di gestire l’arrivo di droga nascosta nei container provenienti dal Sud America, sfruttando i flussi commerciali del porto etneo.
I sospetti sulla famiglia Sanfilippo
Al centro dell’attenzione investigativa c’è Angelo Sanfilippo, 60 anni, già condannato per narcotraffico, insieme ai suoi tre figli, tutti dipendenti della società Est.
Secondo gli investigatori, l’uomo avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti di vertice del clan Pillera-Puntina e in particolare con Angelo Di Mauro, detto “Veleno”, già condannato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.
Dalle indagini sarebbero emersi almeno tre episodi di importazione di cocaina per complessivi 215 chilogrammi e un ulteriore tentativo, non riuscito, per altri 300 chilogrammi.
I pentiti e il ruolo del porto di Catania
Già in passato due collaboratori di giustizia dei clan Strano e Cappello avevano indicato il porto di Catania come punto terminale per l’arrivo di ingenti quantitativi di cocaina.
Secondo i pentiti, affiliati alla cosca Pillera-Puntina avrebbero favorito l’ingresso e l’uscita dello stupefacente dalle aree portuali, ricevendo un compenso pari al 30-40% del quantitativo di droga.
Il presunto sostegno economico ai dipendenti
Un ulteriore elemento emerso dalle indagini riguarda il presunto sostegno economico fornito dall’azienda alla famiglia Sanfilippo.
Secondo la Procura, la società avrebbe pagato spese legali per vicende estranee al lavoro o erogato indirettamente somme di denaro, ad esempio continuando a corrispondere lo stipendio ad Angelo Sanfilippo anche durante periodi di detenzione o di assenza dal lavoro.
«La libertà d’azione assicurata alla famiglia Sanfilippo – conclude il procuratore Curcio – avrebbe consentito di curare gli interessi criminali del clan nel traffico di stupefacenti sfruttando la posizione rivestita nell’area portuale e l’influenza nell’ambito della società».

