Noi siamo ancora qui: Adrano nelle fotografie di Carlo Verzì

Noi siamo ancora qui: Adrano nelle fotografie di Carlo Verzì

L’affettuoso gesto con il quale l’amico Carlo Verzì mi ha inviato la sua collezione di fotografie scattate nel corso di lunghi anni di ricerca e di passione, mi ha riportato con la mente ad un tempo ormai assai lontano in cui anch’io girovagavo per il mondo cercando di catturare in modo un po’ dilettantesco quel famoso “attimo fuggente” di cui si favoleggiava quando sui manuali di fotografia si commentavano gli scatti celebri di Cartier Bresson.

Carlo Verzì non ha girato il mondo per i suoi scatti, le sue immagini non raccontano il mondo, ma il “suo”mondo. Non inseguono l’esotico, ma il quotidiano. Sono scatti che nascono dalla familiarità, dalla prossimità, dalla cura. Carlo ha fotografato Adrano, la sua città, come si fotografa una persona amata: con rispetto, con tenerezza, con il desiderio di comprenderla anche nei suoi lati più oscuri e nascosti. In quelle fotografie, molte in bianco e nero, spesso volutamente sfocate come i ricordi più lontani, si avverte una tensione profonda tra realtà e sogno, tra malinconia e speranza. Ma soprattutto, si avverte un senso di appartenenza. Quelle immagini non sono solo sue. Sono patrimonio di una comunità che troppo spesso si è vista raccontare solo attraverso le sue ferite. Brigantaggio, chiusura, arretratezza: sono le etichette che hanno segnato Adrano nella narrazione dominante, come ci ricorda giustamente lo storico Salvatore Nicolosi nel suo “Impero del mitra”. Ma le fotografie di Carlo ci invitano a guardare “oltre”. I suoi scatti non appartengono solo a lui: sono patrimonio della comunità adranita, sono specchio di una storia antica e stratificata, troppo spesso ignorata o ridotta a stereotipo. In ogni immagine si avverte il desiderio di dire: “Noi siamo ancora qui. Siamo la vostra storia. Siamo la vostra memoria.”

Nelle immagini di Carlo si percepisce un senso di comunità, di reciprocità, di memoria condivisa. È un mondo che sembra lontano, ma che forse non è perduto del tutto: e si sente quasi risuonare anche la voce profetica di Pier Paolo Pasolini, che denunciava con forza la distruzione delle culture popolari ad opera del consumismo. Pasolini parlava di un “genocidio culturale” che aveva spazzato via il senso di solidarietà, la religione del vivere insieme, sostituendola con l’ideologia dell’individuo isolato, del successo personale, del possesso. “Il moderno fascismo è il consumismo”, scriveva, perché non impone con la forza, ma seduce e svuota. Le borgate, i paesi, le comunità contadine non erano solo luoghi di povertà, ma di relazioni dense, di gesti condivisi, di parole che avevano peso.

Le fotografie di Carlo Verzì non celebrano il passato per nostalgia, ma lo interrogano per capire cosa abbiamo smarrito. Ci ricordano che la bellezza non è nel lusso, ma nella dignità; che la memoria non è un archivio, ma un ponte; che la solidarietà non è un valore astratto, ma un modo concreto di abitare il mondo.
E allora sì, forse ci salveranno le fotografie. Quelle vere. Quelle che nascono dal silenzio, dall’ascolto, dalla cura. Quelle che sanno parlare anche quando il mondo urla. Quelle che, come un messaggio chiuso in una bottiglia, attraversano l’oceano in tempesta per raggiungere chi saprà leggerle.
Perché in fondo, ogni fotografia autentica è una promessa: che la memoria può ancora unirci. Che la bellezza può ancora salvarci. Che la solidarietà, seppur ferita, può ancora rinascere.

Riguardo l'autore Massimo Gangemi

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