Antigone si spoglia del nero e mostra la sua verità: l’amore che vince l’odio. Carsen trionfa a Siracusa

Antigone si spoglia del nero e mostra la sua verità: l’amore che vince l’odio. Carsen trionfa a Siracusa

La stagione 2026, del ciclo di Rappresentazioni classiche dell’Inda di Siracusa è intitolata “Sconfinamenti”;  il senso di questa intitolazione sta nell’idea che non ci  si limita a riproporre i classici, ma si vuole attraversare,  interrogare,  e coglierne la contemporaneità. Sconfinare dal rigore dei testi scritti da Sofocle, Euripide, Eschilo e farli parlare con noi e di noi, umanità del XXI secolo.

L’inaugurazione è stata affidata ad Alcesti di Euripide, per la regia di Filippo Dini, nella serata dell’8 maggio e a seguire Antigone di Sofocle che ha visto il ritorno del regista Robert Carsen che ha completato, così, la sua personalissima “trilogia” di Sofocle iniziata con Edipo re (nel 2022) e proseguita con Edipo a Colono (2025).
Non sono nata per condividere l’odio ma l’amore

Cast: Camilla Semino Favro — Antigone
* Mersila Sokoli — Ismene
* Paolo Mazzarelli — Creonte
* Pasquale Di Filippo — Guardia
* Gabriele Rametta — Emone
* Ilaria Genatiempo — Euridice
* Graziano Piazza — Tiresia
* Dario Battaglia — Messaggero
* Rosario Tedesco — Capo coro
* Elena Polic Greco — Corifea
Regia di Robert Carsen, traduzione di Francesco Morosi.

Per Edipo re ed Edipo a Colono messi in scena dal regista canadese, negli scorsi anni si era parlato di borghesizzazione della tragedia; ma nel caso di Antigone non si può usare questa definizione. L’impostazione di regia di Carsen è piuttosto molto giocata sull’immagine emblematica è, in questo caso più che nelle altre due, su un effetto di turbamento che nasce dal voler sottolineare l’universalità del taglio interpretativo.
La stessa immensa scalinata che era stata bianca nell’Edipo re e verde nell’Edipo a Colono, rispecchiamento della cavea del teatro, edificio sacro che raccoglie gli spettatori pronti al loro rito catartico, qui è grigia, con le gradinate crivellate di colpi di artiglieria.

Gli attori e il coro sono tutti vestiti di nero, tranne Antigone,  Camilla Semino Favro, tanto delicata nel suo fisico esile, quanto caparbia e feroce contro lo zio Creonte,  che a un certo punto, prima di andare a morire nella sua grotta-tomba, si sveste totalmente, si mostra nuda al pubblico (come nudo era stato Edipo accecato dalla sua stessa mano) e si veste di bianco, lei pura, lei fanciulla, lei rappresentante del bene in un mondo segnato dal male, dal nero della guerra e dell’ottusità del potere.
Questa la chiave di lettura che Carsen ha adoperato per comprender il messaggio polisemico di Sofocle. Legge morale e ragion di stato, rispetto delle leggi o abuso di potere, tirannide che opprime il popolo o necessità di governo. Gli interrogativi che la vicenda della sorella che vuole a tutti i costi seppellire il fratello ritenuto nemico pongono hanno dato spazio a diverse interpretazioni nel tempo, ogni epoca ha sottolineato un aspetto (da Alfieri ad Anouilh). Alcuni critici hanno ravvisato nel personaggio di Antigone una eccessiva durezza, il suo integralismo, che si scontra col tentativo di mediazione della sorella Ismene (Mersila Sokoli) fa di lei non un’eroina ma una donna che porta su di sé il peso delle sciagure di tutta la sua stirpe e le colpe del padre. Allo zio Creonte che la interroga e le ricorda il principio della ragion di stato, Antigone risponde: “Non sono nata per condividere l’odio ma l’amore”

In realtà, il vero protagonista della tragedia è Creonte, in scena per tutto il tempo.  Il Creonte di Carsen è stato qui Paolo Mazzarelli che ha interpretato con misura e rigore un tiranno che dallo scontro prima con Antigone, poi con Emone (commovente l’interpretazione di Gabriele Rametta), poi col messaggero che, atterrito dalle possibili conseguenze di ogni suo gesto, gli racconta del tentativo della ragazza di seppellire il fratello, e, infine, con l’indovino Tiresia, comincia a cambiare idea. Si scompone gradualmente, si leva la giacca, si arrotola le maniche della camicia, perde il controllo e cambia il decreto, decide di salvare Antigone. Ogni singola fibra dell’attore sulla scena esprime questo cambiamento che arriva troppo tardi, quando la fanciulla si è impiccata ed Emone, suo promesso sposo,  si è dato la morte accanto a lei. Il finale dell’Antigone di Sofocle è la più profonda essenza del tragico, Euridice, appresa la notizia della morte del suo figlio maschio si uccide e maledice morendo l’ottusità di Creonte e il suo decreto. In una deposizione cristologica, come in croce, i corpi di Emone ed Euridice giacciono davanti al lui, al re sconfitto, annientato. “Se l’uomo scambia il male con il bene è perché un dio lo trascina verso il disastro”.
In questa direzione è andato anche il lavoro di traduzione affidato a Francesco Morosi che restituisce un senso attuale, ampio, lineare ma fermo nei suoi significati, al linguaggio di Sofocle,
In un crescendo continuo di tensione e di sconvolgimento Carsen ha dato piena voce a questo senso del tragico, anche lavorando sul puro senso spettacolare. In apertura di scena decine di corpi chiusi dentro sacchi neri che non sono sudari ma involucri di dolore, vengono depositati da soldati in divisa sull’orchestra del teatro greco. La divisa non ha bandiere ma è un’uniforme moderna, potrebbe essere di un esercito vietnamita, afgano, statunitense, ucraino, israeliano… non importa di quale guerra stiamo parlando, stiamo parlando delle guerre di Tebe come delle nostre, combattute per sete di potere, avidità, crudeltà.
La potenza di questo spettacolo è nella totale mancanza di assoluzione per i responsabili del male, e nel vaticinio di Tiresia che avverte Creonte. Abbiamo assistito qui a una interpretazione di Graziano Piazza nei panni di Tiresia che è difficile da definire, bisognerebbe riportare l’ovazione che gli ha tributato il pubblico ai saluti. Padrone della scena, inquietante, e carico di angoscia, brancolante sul cammino ma deciso nelle parole, ruota il bastone come fosse una bussola impazzita, racconta di uccelli neri che gli sono apparsi in sogno e subito il coro personifica i volatili muovendosi in cerchio rapidamente.
Il linguaggio teatrale di Carsen è cinematografico, grandioso, estetico e concettuale.

Il coro è decisamente un corpo solo, un deuteragonista costituito da moltissimi elementi, guidati da un capo coro, Rosario Tedesco, che si muovono in composizioni plastiche e recitano con cadenze ritmate all’unisono: emblema del conflitto e della sottomissione al potere, grande visione d’insieme.
Non potrebbe essere più esplicito il messaggio di Carsen: anarchia e potere, uomo e donna, la necessità della legge per fare grande la terra di Tebe, la definizione di giustizia, Emone che gli ricorda “nessuna città appartiene ad un uomo soltanto”, Tiresia che lo avverte.
Al termine della serata è stato conferito a Robert Carsen il Premio Eschilo d’Oro, un tributo che dal 1960 viene assegnato a personalità (ricordiamo Elisabetta Pozzi, Glauco Mauri, Eva Cantarella, Ugo Pagliai, Mariano Riglillo, Piera degli Eposti…) della cultura e dello spettacolo che si sono distinte per impegno e professionalità nel mantenere vivo il messaggio dei grandi classici.
Lo spettacolo verrà replicato al teatro Greco fino al 5 giugno.

Loredana Pitino

Riguardo l'autore Loredana Pitino

Mater, magistra, mulier. Cresciuta dentro il Teatro Bellini che considerava il suo personale parco giochi. Appassionata di teatro e cinema, un tempo aspirante attrice, affamata di tutto quello che è arte e rappresentazione perché la vita è teatro e possiamo capirla solo con la lente della finzione. Docente maieutica. Malinconica come Pessoa, sognatrice come Fellini, cinica come Flaiano. Sempre in cammino, sempre senza meta. Illuminista, prof-letaria.

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