CATANIA – Una denuncia dura, amara e carica di rabbia quella contenuta nella lettera aperta inviata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni da un testimone di giustizia siciliano. Il documento è stato diffuso dall’avvocato Enzo Guarnera, presidente dell’associazione Antimafia e Legalità e penalista che da quasi quarant’anni assiste collaboratori e testimoni di giustizia.
«Siamo fantasmi intrappolati in una burocrazia che uccide la dignità prima ancora che lo facciano i clan» e «lo Stato ci ha abbandonati». Sono alcune delle frasi più forti contenute nella lettera, nella quale il testimone denuncia quelle che considera gravi inefficienze del sistema di protezione riservato a chi decide di collaborare con la giustizia o denunciare le organizzazioni mafiose.
«Il cambio di identità è un buco nero»
Nel documento viene puntato il dito contro il funzionamento del Servizio centrale di protezione, in particolare sul delicato tema del cambio delle generalità.
Secondo il testimone, quello che dovrebbe rappresentare uno strumento per consentire una nuova vita a chi ha scelto di schierarsi dalla parte dello Stato si trasformerebbe spesso in un percorso caratterizzato da ostacoli burocratici e difficoltà concrete.
La critica riguarda soprattutto le conseguenze sulla possibilità di lavorare, accedere ai servizi e ricostruire una normalità dopo la denuncia. Nella lettera si evidenziano inoltre presunte carenze nell’assistenza psicologica e nel sostegno alle famiglie inserite nei programmi di protezione.
«I figli pagano un prezzo altissimo»
Particolarmente duro il passaggio dedicato ai familiari dei testimoni di giustizia.
Secondo l’autore della lettera, i figli sarebbero spesso costretti a subire conseguenze profonde derivanti dalla necessità di cambiare vita, città e relazioni sociali. Una condizione che viene definita come una ferita destinata a lasciare segni permanenti.
Il testimone lamenta inoltre situazioni di isolamento sociale e la mancanza di un adeguato supporto psicologico e istituzionale per affrontare il difficile percorso imposto dalle esigenze di sicurezza.
«Inutile commemorare i morti se si lasciano soli i vivi»
La riflessione si estende anche al tema della memoria delle vittime della mafia.
Nella lettera si sostiene che le commemorazioni ufficiali rischiano di perdere significato se lo Stato non riesce a garantire tutela e dignità a chi oggi sceglie di denunciare e collaborare con la giustizia.
«La lotta alla mafia non si fa con le corone di alloro, ma garantendo la dignità e la sicurezza di chi ha creduto nelle istituzioni», afferma il testimone, che definisce il sistema di protezione «fallito da anni».
«Sempre meno persone denunciano»
L’allarme finale riguarda il futuro stesso dello strumento dei testimoni di giustizia.
Secondo il denunciante, le difficoltà incontrate da chi entra nei programmi di protezione starebbero scoraggiando nuove collaborazioni con le autorità. Una situazione che, a suo avviso, rischia di compromettere uno degli strumenti più importanti nella lotta contro le organizzazioni mafiose.
«Ormai in pochissimi denunciano», sostiene il testimone, secondo cui chi decide di farlo rischierebbe una sorta di «morte civile». Da qui l’appello rivolto alla politica affinché vengano affrontate e risolte le criticità evidenziate nel sistema di protezione.

