Catania, omicidi Vecchio e Rovetta: il 7 luglio l’udienza per Ercolano e gli altri imputati. “Fu lui l’ideatore dell’agguato”

Catania, omicidi Vecchio e Rovetta: il 7 luglio l'udienza per Ercolano e gli altri imputati. "Fu lui l'ideatore dell'agguato"

CATANIA – Si aprirà il prossimo 7 luglio, davanti alla quarta sezione penale della Corte d’assise di Catania, il processo a carico di Aldo Ercolano, nipote dello storico boss mafioso Benedetto Santapaola, accusato del duplice omicidio degli imprenditori Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, uccisi il 31 ottobre 1990 nel sito delle Acciaierie Megara.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i due imprenditori sarebbero stati assassinati per essersi opposti alle richieste di pizzo avanzate da esponenti della criminalità organizzata.

Il rinvio a giudizio e gli imputati

Il giudice dell’udienza preliminare Carla Aurora Valenti, accogliendo la richiesta della Procura generale rappresentata dai sostituti Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci, ha disposto il rinvio a giudizio di Ercolano insieme ad altri quattro imputati.

Si tratta di Vincenzo Vinciullo, Antonio Alfio Motta, Francesco Tusa e Leonardo Greco, accusati a vario titolo di estorsione aggravata dal metodo mafioso, reati contestati anche allo stesso Ercolano.

Il ruolo di Ercolano e il contesto mafioso

L’ergastolano, già detenuto per reati di mafia e per diversi omicidi – tra cui quello del giornalista Pippo Fava – è ritenuto dagli inquirenti «l’ideatore e l’organizzatore» dell’agguato, in concorso con soggetti rimasti ignoti.

All’imputato vengono contestate la premeditazione e le aggravanti dei «motivi abbietti e futili», finalizzati a garantire il predominio sul territorio catanese e a ottenere vantaggi economici per la famiglia mafiosa di riferimento.

Secondo la Procura generale, Aldo Ercolano avrebbe agito insieme al padre, il defunto capomafia Giuseppe “Pippo” Ercolano, con il ruolo di mandante della tangente mafiosa. Leonardo Greco avrebbe svolto la funzione di organizzatore, Tusa e Motta quella di riscossori, mentre Vinciullo sarebbe stato il negoziatore.

Le minacce e il sistema estorsivo

L’indagine ricostruisce un sistema di intimidazione fatto di telefonate minatorie e gesti simbolici, come il posizionamento di proiettili sul sedile dell’auto di un dirigente e nel giardino della moglie di Rovetta.

Secondo l’accusa, l’estorsione sarebbe stata portata avanti con il coinvolgimento di esponenti di primo piano di Cosa nostra, oggi tutti deceduti, tra cui Bernardo Provenzano, Nicolò Greco, Lucio Tusa e Luigi Ilardo.

I vertici di Alfa Acciai di Brescia, indicati come parti offese, sarebbero stati costretti a versare, a partire dal 1991, circa un miliardo di lire in più tranche, destinato alle famiglie mafiose di Catania, Caltanissetta e Palermo.

Il processo rappresenta un nuovo capitolo giudiziario su una delle pagine più drammatiche della storia criminale catanese, riportando sotto i riflettori un duplice omicidio maturato nel contesto delle pressioni mafiose sull’imprenditoria locale.

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